
Rossana Bresciani l’ho conosciuta l’11 Novembre del 2003.
Ero a cena a casa di Alberto. Il mio amico aveva appena concluso una storia con una ragazza strana e fragile, che una parte di me aveva odiato a prima vista, e si trovava nella delicata fase del dopobomba psichico e della ricostruzione dell’autostima.
Io di mio avevo da poco discusso la tesi di laurea ed ero in quella fase in cui il mondo ti appare come un’ostrica pronta a dischiudersi solo per te.
Entrambi non sapevamo bene cosa fare della nostra nuova libertà.
Quella sera avevamo deciso di uscire ma Alberto all’ultimo aveva preferito stare a casa, con uno di quei tipici sbalzi d’umore da uomo ferito e introverso.
«Stasera muoio sul divano» disse lui. «Mi finisco il vino e poi mi faccio una sega guardando le pubblicità in tv», sentenziò.
Mi ritrovai solo nella notte veneziana, carico di un’ euforia che a casa di Alberto avevo dovuto contenere, per una forma contorta e ipocrita di rispetto.
Camminare di notte a Venezia è un’esperienza che si dovrebbe fare almeno una volta nella vita. Non parlo della Venezia turistica e cialtrona, ma di quella città oscura e nascosta e misteriosa e al contempo familiare che ti accoglie tra le sue calli come una vecchia nonna, facendoti sentire protetto anche da te stesso.
Per me è sempre stato significativo che la città più bella del mondo puzzi sostanzialmente di
merda, suona quasi come un monito. Ogni cosa ha il suo prezzo, sembra dire.
Se cammini di notte a Venezia non hai paura. Ti senti come se percorressi i corridoi di casa tua, soprattutto sei hai bevuto un po’.
Fai chilometri senza accorgertene e vorresti non finisse mai. E’ come una specie di zazen, una meditazione con il corpo in movimento.
Quella sera la mia meditazione etilica venne interrotta bruscamente.
Superato campo S.Polo, appena voltato il vicolo, venni investito in pieno da un missile piovuto dal cielo.
Mi ritrovai a terra dolorante, senza capire bene cosa fosse successo.
Guardai verso l’alto e sentii una voce femminile squittire
«Oddìo scusa, scusascusa. Non ti avevo visto!»
«Ma porca merda! Ma butti sempre la spazzatura così, tu? Dalla finestra?»
«Scusa» ripeté ancora «è che al buio non vedo bene, e poi di solito di qui non passa mai nessuno!»
«Fa niente, dai» dissi rialzandomi e cercando di ripulirmi.
«Ma non ti ho fatto male, vero?»
«No, non mi pare. Per fortuna non sei una di quelle che butta il vetro insieme a tutto il resto, sennò potevo essere morto!»
Udii il suono della sua risata verdeazzurra.
«Dai, se sali ti offro un caffé per farmi perdonare» disse soave.
Non so perché, forse l’alcol o la botta in testa, ma una parte di me guardò in su e scorse il suo viso e registrò il comando «Sali» come a dire
Sali.
Senza accorgermene mi ritrovai ad arrampicarmi sulla facciata della casa.
Sembra difficile, lo so, ma a Venezia le case sono tutte di mattoni e pietra e sono percorse da cavi e condutture che manco i vicoli di Harlem.
«Ma, cosa fai?!»
Mi resi conto di ciò che stavo facendo quando ero ormai arrivato al secondo piano.
Ancora oggi penso che sia uno dei gesti più autentici che io abbia mai fatto in vita mia.
«Tu sei tutto scemo» mi disse tendendomi entrambe le mani e sporgendosi in fuori.
Conobbi Rossana così, entrando dalla finestra della sua cucina tutto sporco di pattume.
Puzza di merda e la ragazza più bella che avessi visto mai.
Avrei in effetti dovuto comprendere la situazione dall’esordio e rammentare
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